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Strategie caucasiche

di Maura Morandi

 

Il Caucaso meridionale tra Usa, Russia ed Unione Europea. Il ruolo di Iran e Turchia, la centralità della questione energetica. Nostra intervista ad Albert Bininashvili

Albert Bininashvili è Visiting Professor alla Columbia University (New York) e docente all’Interdisciplinary Master in Eastern European Studies (MIREES) dell’Università di Bologna (Forlì). Grande conoscitore dell’area caucasica e centroasiatica, e’ esperto di sicurezza e geopolitica delle risorse energetiche, in particolare del Golfo Persico e del Mar Caspio

 

La regione del Caucaso rappresenta effettivamente un’area geo-strategica nella politica mondiale?

A mio parere oggi come oggi è un po’ prematuro definire da un punto di vista geo-strategico il Caucaso un’area separata, a sé stante. Il Caucaso va inteso come sottoregione strategica, cioè parte di regioni strategiche più evidenti. Ciò che è interessante del Caucaso è che questa regione fa parte allo stesso tempo di varie configurazioni geo-politiche e geo-strategiche. Per tutto il XX secolo siamo stati abituati a considerare questa zona come sottopancia della Russia e dell’Impero sovietico. In questo modo la regione è stata un po’ tagliata fuori dalle sue radici storiche e culturali che la legavano al Medio Oriente. Oggi si ha il ritorno alle radici: da una parte il Caucaso è una regione che continua a rimanere parte dello spazio strategico post-sovietico, dato che condivide una parte di storia con gli altri Paesi dell’Unione Sovietica; dall’altra stiamo assistendo al ritorno di questi Paesi nell’area geo-strategica del Grande Medio Oriente. C’è inoltre la tendenza ad integrarsi in un’altra zona strategica che è quella dell'Unione Europea e delle strutture europee che si trovano in fase di allargamento.

E per quanto riguarda l’area NATO?

La NATO sta attraversando una fase di grande espansione: si è superato, infatti, il concetto della NATO come Alleanza Atlantica, in quanto ha già praticamente superato il confine del Mediterraneo (per lo meno il Nord Mediterraneo) ed è già vicina all’Oceano Indiano, se prendiamo in considerazione la presenza delle forze alleate nel Golfo Persico. Fino a poco tempo fa la Turchia rappresentava l’avamposto più orientale della NATO ma, pur condividendo i confini con Iran e Iraq, non era di importanza fondamentale per l’Alleanza Atlantica. Con l’intervento militare in Iraq di Stati Uniti, Inghilterra e di altri Paesi europei il ruolo della Turchia è cambiato parecchio e sta diventando molto più centrale. La forte tendenza della Georgia e la stessa tendenza, seppur meno evidente per motivi di legami politici con la Russia, dell’Azerbaigian, ci sta facendo assistere probabilmente all’inizio dell’espansione della NATO nel Caucaso e all’incremento del ruolo della Turchia.

Secondo lei è corretto affermare che la regione rappresenta il nuovo teatro dove Stati Uniti e Russia si contendono la propria influenza?

Forse eviterei di mettere tutto in termini di confronto e di usare questa terminologia da Guerra Fredda. Ciò nonostante, è vero che ci sono alcuni elementi che ci possono far pensare in questo senso. E’ evidente che la Russia sta sorvegliando con grande gelosia tutti i passi compiuti dai Paesi occidentali (soprattutto Stati Uniti e Unione Europea) nell’area dell’ex-Unione Sovietica. Il Cremlino però non ha ancora elaborato una politica univoca e coerente nei confronti della crescente presenza di USA ed Europa nell’area post-sovietica. Probabilmente Putin vede il Caucaso come una zona di massima importanza strategica per la Russia e per questo motivo guarda con grande sospetto all’incremento della presenza americana nella regione. Il Caucaso va visto quindi come una zona di intensa rivalità, non di scontro.

La Russia intrattiene relazioni bilaterali diverse con Georgia, Armenia ed Azerbaijan. Che cosa caratterizza queste relazioni? Quali sono i motivi di questa disparità?

E’ vero che i tre Paesi del Caucaso meridionale rappresentano tre modelli diversi di rapporti bilaterali tra la Russia e i Paesi che prima facevano parte dell’Unione Sovietica. La Georgia costituisce un caso estremo a causa di una serie di fattori derivanti soprattutto dai problemi interni, che riguardano l’unità e l’integrità territoriale del Paese. La Georgia ritiene la Russia sia uno degli ostacoli principali per la ricomposizione dei problemi con l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. E’ vero che alcuni passi intrapresi dalla Russia verso le popolazioni di questi territori hanno un carattere provocatorio, a cominciare dalla decisione di distribuire passaporti russi alla popolazione locale cercando così di creare anche una base giuridica per l’eventuale annessione di questi territori. Questo chiaramente è stato preso da tutte le forze dello spettro politico georgiano come una sfida aperta all’integrità territoriale e la risposta logica da parte della Georgia è stata la forte tendenza d’integrazione nelle strutture NATO.

Nel caso dell’Armenia abbiamo l’altro estremo, cioè i rapporti tra i due Paesi hanno le caratteristiche di un’alleanza strategica. L’Armenia infatti è stata un partner attivo in tutte le intese strategiche sponsorizzate dalla Russia nell’area ex-sovietica a cominciare dal Trattato di Sicurezza Collettiva della Comunità degli Stati Indipendenti fino ad una serie di stretti legami bilaterali tra i due paesi. Il cuore dell’alleanza tra Russia e Armenia è costituito dalla centoduesima base militare russa che permette la presenza permanente dell’esercito russo sul territorio armeno e costituisce un forte punto d’appoggio per l’esercito russo nel Caucaso meridionale.

L’Azerbaijan si trova in una posizione di mezzo tra Georgia e Armenia, anche se lo metterei un po’ più vicino a Tbilisi che a Erevan. Baku ha interessi diametralmente opposti a Mosca, soprattutto nel settore delle risorse energetiche del Mar Caspio. Già di per sé l’Azerbaijan è un Paese ricchissimo di risorse con lunga tradizione nell’estrazione del petrolio: già all’inizio del XX secolo, infatti, Baku forniva più della metà della produzione mondiale di petrolio. Adesso stiamo assistendo alla rinascita dell’industria petrolifera dell’Azerbaijan che, oltre ad essere un produttore, rappresenta anche un potenziale centro di distribuzione di tutte le risorse energetiche del Mar Caspio provenienti dai Paesi dall’Asia Centrale (Turkmenistan, Kazakhstan e Uzbekistan) e destinate ai mercati europei.

Per questo motivo Baku, insieme a Tbilisi, si trova sul nuovo asse est-ovest che dovrebbe portare le risorse richieste dall’economia europea dai Paesi del Caspio verso l’Europa evitando di passare attraverso la Russia. Se da una parte la diversificazione delle vie delle risorse energetiche non piace a Mosca, che preferirebbe avere il monopolio sulle vie di transito, dall’altra si verifica la coincidenza degli interessi a lungo termine dell’Azerbaijan con quelli dell’Europa che, invece, è interessata alla diversificazione di tutte le linee di rifornimento delle risorse energetiche.

Un altro fattore che induce a porre Baku più vicino alla posizione di Tbilisi nei confronti di Mosca è costituito dal problema dell’integrità territoriale dell’Azerbaijan come risultato del conflitto con l’Armenia per il controllo del Karabakh. Il governo azero, infatti, non riconosce alla Russia il ruolo di mediatore nel conflitto in quanto percepisce una grande discrepanza nel ruolo di Mosca che ha investito l’Armenia di un ruolo strategico nella sua politica nella regione.

Anche l’Unione Europea con la Politica di Vicinato sembra stia elaborando un approccio più coerente nei confronti dei Paesi caucasici. Qual è il ruolo dell’UE nella regione? E quali sono, a suo parere, le prospettive future delle relazioni tra UE e le Repubbliche di Armenia, Georgia e Azerbaijan?

L’Unione Europea può essere paragonata agli Stati Uniti dal punto di vista del suo potenziale economico e delle sue dimensioni. Però ciò che manca all’UE, rispetto agli USA, è la possibilità di parlare con un’unica voce e, nonostante le istituzioni di Bruxelles stiano facendo un gran lavoro per cercare di sviluppare una posizione europea comune, direi che purtroppo c’è ancora una lunga strada da percorrere. Questa carenza è anche ciò che frena e ostacola il ruolo dell’Unione Europea nel Caucaso e in altre regioni. L’UE, però, ha decisamente un ruolo da giocare nella regione e, nonostante i problemi accennati, c’è la volontà politica di Bruxelles a ritagliarsi un proprio spazio nel Caucaso. Soprattutto è un’esigenza oggettiva quella dell’UE perché tra le priorità dell’agenda politica dei policy-maker europei c’è la soluzione dei problemi energetici. Il miglior modo, e forse l’unico, per risolvere le questioni legate alla sicurezza energetica si può riassumere nella parola “diversificazione”, cioè si dovrebbero diversificare al massimo le fonti di energia.

Mentre abbiamo segnali di un certo raffreddamento e disillusione nei rapporti bilaterali tra Europa e Russia, vediamo una crescente voglia dei Paesi europei di sviluppare rapporti più stabili e a lungo termine con tutte le [altre] potenziali zone che possono essere fonte di energia per l’Unione Europea. Ad esempio Nicolas Sarkozy nella sua prima dichiarazione – che penso rifletta il pensiero di molti in Europa – ha già sottolineato il ruolo importante del Mediterraneo: ciò significa che possiamo aspettarci il ritorno dell’attenzione di Parigi e di altre capitali europee nei confronti di Algeria, Libia e degli altri Paesi del Mediterraneo che per diversi motivi erano stati oscurati negli ultimi anni dalla presenza della Russia.

D’altra parte è assolutamente logico che l’UE dovrà e vorrà promuovere lo sviluppo della terza fonte di risorse energetiche costituita dal bacino del Mar Caspio con tutte le sue linee che passano non da sud a nord verso la Russia, bensì da est a ovest, da Asia Centrale verso l’Europa, utilizzando gli oleodotti e gasdotti che sono stati aperti da poco quali Baku-Tbilisi-Ceyhan e Baku-Tbilisi-Erzurum.

 

Albert Bininashvili

 

 

Qual è l’interesse degli Stati Uniti ad avere una forte presenza nel Caucaso?

Abbiamo detto che gli Stati Uniti non stanno cercando una nuova area di confronto con la Russia, ma dall’altra parte dobbiamo prendere in considerazione gli interessi americani nel Medio Oriente e nel Golfo Persico. Per questo motivo dobbiamo guardare all’Iran, Paese-chiave dell’area che rappresenta tanti problemi per la diplomazia americana e che costituisce una seria questione per gli interessi della sicurezza nazionale americana. Scopo degli Stati Uniti è quello di creare una specie di accerchiamento di questo Paese e per questo motivo Georgia e Azerbaigian hanno un ruolo assolutamente importante, considerando che da un punto di vista geo-strategico vediamo la presenza diretta americana in Afghanistan, in Iraq, in Turchia. Avere una presenza in Georgia e in Azerbaijan per garantire gli interessi americani potrebbe completare questo quadro e creare anche un clima che sia da incentivo per i leader dell’Iran ad entrare in una fase di trattative più realistica con gli USA.

Oltre a Stati Uniti, Russia ed Unione Europa, ci sono altri attori internazionali che, secondo lei, mirano ad assicurare la propria influenza nella regione? Ed in questo, quanto conta la possibilità di accedere alle risorse energetiche quali il petrolio ed il gas naturale provenienti dal Mar Caspio?

Due stati di alto rilievo regionale sono ben presenti e hanno confini diretti con la regione caucasica: la Turchia, membro della NATO, e l’Iran, Paese-chiave del Medio Oriente, Caucaso Meridionale e dell’Asia Centrale, che esiste sulla cartina geo-politica internazionale incessantemente da ventisei secoli e quindi con grande tradizione e cultura politica e diplomatica.

L’Iran è in una fase di realizzazione di grandi ambizioni regionali che però stanno assumendo anche un carattere di minaccia della stabilità e della sicurezza internazionale, vedi il programma atomico del Paese. Però ha confini diretti con Turkmenistan in Asia Centrale e con Armenia e Azerbaijan nel Caucaso. Riveste, inoltre, un ruolo nei conflitti locali, ad esempio in Karabakh dove ha preso una posizione più filo-armena per diversi motivi, tra i quali il fatto che il governo iraniano teme la possibilità di rinascita del nazionalismo azero che aumenterebbe il rischio di crescita dei sentimenti irredentisti degli azeri dell’Iran. L’Iran, inoltre, cerca di avere rapporti con Paesi che hanno sentimenti meno filo-occidentali, e quindi l’atteggiamento filo-americano e filo-europeo dell’Azerbaijan non va bene. L’Armenia invece, oltre ad avere un orientamento filo-russo, ha grande dipendenza economica per cui rappresenta anche un interessante mercato per l’Iran.

Per quanto riguarda i rapporti tra Georgia e Iran c’è da dire che la Georgia riceve indirettamente il gas iraniano, perché l’Iran lo pompa verso l’Armenia che parzialmente lo riesporta. Questo è un caso interessante perché assistiamo al fatto che un Paese filo-americano quale la Georgia sta mettendo a rischio le posizioni americane di embargo sull’Iran.

Il ruolo della Turchia è di massima importanza. Dal punto di vista delle risorse energetiche è già diventato un Paese-chiave per il transito di gas e petrolio: nonostante la forte resistenza della Russia, infatti, sono stati realizzati l’oleodotto Baku-Ceyhan ed il gasdotto Baku-Erzerum.

La Turchia potrebbe anche dare una dimensione internazionale ad alcuni progetti già realizzati che erano stati studiati solo per uso domestico turco. Mi riferisco, ad esempio, al progetto “Blue Stream” che porta il gas dalla Russia sotto il Mar Nero in Anatolia Orientale, a Trebisonda (Sochi-Trebisonda): questa pipeline potrebbe essere prolungata fino in Turchia centrale e occidentale e creare un collegamento con la Grecia e con i sistemi europei del gas.

In caso di miglioramento dei rapporti con l’Iran, inoltre, la Turchia potrebbe diventare lo sbocco naturale per enormi risorse di gas persiano che passerebbero attraverso il territorio turco verso l’Europa. In questo caso, sempre nel caso in cui un giorno noi dovessimo diventare testimoni del miglioramento dei rapporti con il governo di Teheran, a sua volta l’Iran potrebbe diventare un Paese di transito per l’esportazione del gas turkmeno e uzbeko, anziché costringere questi Paesi a svendere il loro gas alla Gazprom russa che poi lo distribuisce in Europa e mantiene quindi gli Stati europei in stato di dipendenza.

Quali sono, secondo lei, le prospettive future dei conflitti in Abkhazia, Ossezia del Sud e Nagorno-Karabakh? Quali le reali possibilità di soluzione? Come questi conflitti influenzano il processo di state-building, di transizione democratica e di sviluppo economico delle tre Repubbliche del Caucaso del Sud?

Inizierei da come questi conflitti influiscono sulla creazione della società civile e sul processo di state-building. L’esistenza dei conflitti è di per sé un grande ostacolo sulla strada per la realizzazione dei grandi progetti e delle grandi ambizioni dei popoli caucasici. Come ci si può aspettare di avere una società civile quando centinaia di migliaia di persone sono state sradicate dalle loro case e sono tuttora socialmente marginalizzate, come nel caso di Azerbaijan, Georgia e parzialmente Armenia?

E tutto ciò come risultato delle guerre inter-etniche che sono abbastanza lontane dall’essere risolte. Il conflitto in Nagorno-Karabakh è una disputa tra due stati, l’Armenia e l’Azerbaijan, e come risultato della guerra combattuta tra la fine degli Anni ‘80 e l’inizio degli Anni ‘90 il territorio del Karabakh è stato annesso dall’Armenia. Tutti gli sforzi di Erevan oggi sono concentrati sull’integrazione totale di quest’area nelle strutture del governo armeno. Tanto è stato fatto finora e questo è stato favorito dalla pulizia etnica della popolazione azera che è stata fatta in queste zone. Un grosso problema di questo conflitto consiste nel fatto che non è stata occupata solo la zona del Karabakh ma un territorio più grande, nel quale la popolazione armena non è mai stata presente. Questo rappresenta un grande problema per tutti gli organismi che stanno cercando una soluzione alla disputa perché si può discutere l’appartenenza del Karabakh mettendolo in relazione con il desiderio di indipendenza della popolazione a maggioranza armena che esisteva già in epoca sovietica, ma cosa si può dire dei territori intorno al Karabakh che sono stati presi dall’Armenia e dove è stata effettuata una pulizia etnica? Penso che la posizione dell’Armenia di oggi, che nega qualsiasi possibilità di trattativa, sia una politica di procrastinazione nella speranza che col passare del tempo alcune cose si risolvano da sé. Il governo armeno sta facendo un grave errore a non utilizzare la sua forte posizione diplomatica per riprendere le trattative che potrebbero condurre probabilmente al riconoscimento di qualche forma di autonomia o ad un assetto di tipo federativo, in cambio della liberazione dei territori che sono stati occupati oltre il Karabakh. Il governo di Erevan, però, non sembra voler riaprire i negoziati contando sulla presenza militare russa sul suo territorio e sui rapporti privilegiati con la Russia.

Per quanto riguarda i conflitti delle autonomie georgiane di Abkhazia e Ossezia del Sud, direi che questi conflitti possono essere risolti con la normalizzazione e il miglioramento dei rapporti bilaterali russo-georgiani. Ciò che oggi è importante per la diplomazia georgiana è cercare di sganciare la ricomposizione dei suoi conflitti interni dal collegamento con la risoluzione dei problemi della ex-Jugoslavia. E questo perché il Presidente russo Vladimir Putin sta ricattando la Georgia affermando che il futuro status di questi territori è legato alla posizione dell’Occidente sulla questione del Kossovo.

Quali sono il ruolo e lo spazio che la società civile si sta creando in Armenia, Azerbaijan e Georgia?

Piuttosto che di una società civile già esistente, parlerei dei problemi della nascita di una società civile in questi Paesi. Solo la Georgia ha mosso dei passi nella direzione della costruzione di una società civile, in quanto la vita politica culturale della Georgia è più ricca rispetto agli altri Paesi.

In Azerbaijan il contesto è quello di un regime autoritario che esercita grande pressione sugli oppositori politici. Anche in Armenia c’è una situazione di soffocamento della vita politica e di limitazione della libertà politica, anche se Erevan avrebbe potuto diventare un Paese di avanguardia per lo sviluppo dei valori democratici occidentali nella regione grazie alla diaspora armena presente nei Paesi europei e negli Stati Uniti. Quindi direi che c’è ancora una lunga strada da percorrere per la creazione di una società civile nel Caucaso meridionale.